Santa Caterina e S. M. Maggiore
 
S. Caterina
Sul lato ovest, rivolto al centro città, che dà su piazzetta Botter, un piccolo avancorpo con volta a crociera introduce agli spazi dell'ex convento, articolati attorno a due suggestivi chiostri. Essi ricalcano fedelmente l’impianto edilizio trecentesco, ma ricevettero l'impronta architettonica attuale, sobria ed equilibrata, verso la metà del Cinquecento.
Il chiostro “piccolo” conserva traccia di preesistenti decorazioni ad affresco. Il porticato terreno rinascimentale, con colonne in pietra d’Istria e volte a crociera, è sormontato su due lati da logge architravate. Agli angoli dello spazio aperto sono oggi piantati quattro melograni; un’antica pigna funeraria romana funge, al centro, da vera da pozzo. Dal lato sud si accede all'antico refettorio, un’ampia sala rettangolare con tracce di affreschi che simulano nicchie archivoltate.
Anche il chiostro “grande”, sviluppato su lati di quasi 40 metri, presenta le semplici linee architettoniche rinascimentali della metà del Cinquecento, con arcate a tutto sesto e volte a crociera. Sopra il porticato terreno, su due lati contrapposti, si estendono i loggiati superiori architravati che reimpiegano le colonnine dell’originario portico trecentesco.
Con il restauro attuale, in corrispondenza della sua superficie, è stato ricavato un ampio ambiente sotterraneo destinato dal 2006 ad esposizioni temporanee.
L'originaria Sala del Capitolo doveva svilupparsi, prima delle trasformazioni cinquecentesche, a sud del chiostro grande, con cui comunicava attraverso un portale a sesto acuto ora murato. Ad essa va attribuita la parete affrescata, databile fra la fine del XIV e l’inizio del XV secolo, con “Cristo fra la Vergine Maria, santa Caterina e i santi Filippo Benizi e Pellegrino Laziosi, fondatori dell’ordine dei Serviti”, visibile in un varco dei mezzanini in corrispondenza dell’area di accesso alla sezione archeologica.
Lungo questo lato si susseguono alcuni ambienti quadrangolari, le cui pareti presentano tracce di affreschi a motivi di derivazione tessile semplificati.
Lo scalone, completato nel 1620, con gradini in pietra d’Istria e copertura a volta, conduce tuttora al primo piano, ristrutturato radicalmente dopo la metà del Cinquecento. Vi si sviluppa un lungo corridoio, la cosiddetta “manica lunga”. L’intersezione ortogonale di un braccio mediano, più corto, determina la configurazione cruciforme dell’insieme. Su questo spazio omogeneo, a metà del Cinquecento si affacciavano le celle dei frati, mentre ora si sviluppa il percorso provvisorio della galleria di arte medievale, rinascimentale e moderna.
Santa Maria Maggiore
La basilica di Santa Fosca in Santa Maria Maggiore, più conosciuta come Santa Maria Maggiore e Madonna Grande (in trevigiano: Madona Granda), è un luogo di culto cattolico situato nel centro storico di Treviso ed è sede parrocchiale.
Questo santuario, luogo di conversione di san Girolamo Emiliani, è uno dei principali luoghi di culto dei chierici regolari di Somasca, nonché sede dell'ordine in città. La nascita della chiesa di Santa Maria Maggiore risale, secondo la tradizione, ai primissimi tempi dell'evangelizzazione del territorio trevigiano compiuta da san Prosdocimo, protovescovo di Padova e discepolo dell'apostolo Pietro.
Alcune discusse ipotesi vorrebbero che l'attuale santuario intitolato alla Madre di Dio sorgesse sopra, e in contrapposizione, a un antico tempio pagano dedicato alla dea egizia Iside.
La demolizione parziale del 1509
Il 10 giugno 1508, papa Giulio II promosse una grande alleanza, detta Lega di Cambrai, contro la Repubblica di Venezia, cui aderirono, tra gli altri, Spagna, Francia e Sacro Romano Impero: la guerra che ne seguì ebbe grandi ripercussioni sulla storia di questo santuario.
Nel 1509, infatti, la Serenissima, vedendo il proprio Stato da Tera minacciato dagli eserciti europei, assoldò il celebre architetto veronese Fra' Giocondo per far erigere imponenti sistemi difensivi attorno alle città dell'entroterra veneto. Il progetto di costruzione dei bastioni nella città di Treviso prevedeva l'erezione di possenti mura lungo il fiume Botteniga alla confluenza con il Sile, e il conseguente abbattimento di questo santuario, che si sarebbe trovato troppo a ridosso dei nuovi bastioni.
Si cominciò lo sventramento del santuario partendo dall'abside; tuttavia, quando si giunse all'altezza della Madonna col Bambino, un affresco trecentesco attribuito a Tommaso da Modena, a cui la pietà popolare trevigiana era devotissima, il popolo insorse e impose l'interruzione dei lavori di demolizione. La porzione di chiesa compresa tra questo dipinto e la facciata, così, venne salvata.